martedì 12 aprile 2011

Luciana Litizzetto...

Il surrealismo del Cavaliere

Fuori dal Palazzo il comizio improvvisato del premier.

Ha lasciato il palazzo di Giustizia di Milano con addosso «una sensazione drammatica di perdere tempo» e la certezza d'avere trascorso una mattinata «surreale», ma a dispetto delle ore buttate e sottratte ai compiti gravosi del Governo nazionaleSilvio Berlusconi non ha rinunciato, fuori dal Tribunale, ad arringare i fedelissimi (guarda il video) che lo attendevano sin dalle prime ore della mattinata dell'11 aprile. «Si tratta di processi incredibili», ha detto al microfono «e fatti solo per gettare fango su un avversario».
IL PRESIDENTE E IL «SIGNOR STALIN». Interrogato dal cronista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo sul perché non avesse rese dichiarazioni ai giudici anziché ai fan e alla stampa, lo ha apostrofato chiamandolo «Signor Stalin». 
E dopo aver ricostruito la versione di Silvio in merito alla compravendita dei diritti televisivi e cinematografici di Mediaset, oggetto dell'udienza istruttoria, ha vezzeggiato il popolo azzurro: «Voglio dirvi una parola soltanto», ha affermato, «sono commosso di questa vostra partecipazione. Secondo i dati che mi hanno fornito, è la 2605esima udienza nei processi in cui sono stato chiamato. Sapete che in 31 processi sono stato assolto. Ce ne sono ancora sei».
LA PARABOLA DELLE CAROTE. In mancanza di barzellette, per spiegare la vicenda dei diritti Mediaset in maniera comprensibile agli italiani che «sono come ragazzi di seconda media che non siedono neppure al primo banco», è ricorso a una parabola: «Allora un signore che conosco ha scoperto che un suo parente faceva la cresta sulle carote», ha raccontato, «e lo ha licenziato il giorno stesso». Con questo esempio il presidente del Consiglio ha voluto chiarire che se il capo dell'ufficio acquisti dei diritti televisivi Mediaset avesse davvero «fatto la cresta» sull'acquisto dei diritti, come sostiene l'accusa, sarebbe stato licenziato.
«Questi», ha esemplificato il premier, «fanno la cresta di 21 milioni su 30 milioni di acquisti di diritti, in confronto ai 1000 milioni di diritti che acquistano in un anno e l'imprenditore tiene lì al suo posto questo signore a capo di questa struttura? È una cosa così inverosimile da gridare vendetta».
«MAI SOCIO OCCULTO DI AGRAMA». Il premier ha definito «l'assurdo degli assurdi» la tesi dell'accusa secondo cui sarebbe stato il socio occulto del produttore americano Frank Agrama. Secondo l'accusa, ha proseguito Berlusconi, «io sarei stato socio di Agrama al 50% e avrei dovuto versare il 50% di questi soldi (i 21 milioni) a Mediaset, quando sarebbe bastata per me una telefonata agli uffici».
Il secondo paradosso, secondo il presidente del Consiglio, è che «se un imprenditore viene a sapere che il suo capo degli uffici acquisti' fa 'la cresta sull'acquisti dei diritti' non potrebbe essere 'così pazzo da tenere a capo della struttura uno che compie un'operazione di questo genere». Il premier infine riferendosi alle accuse contestate ha ripetuto per due volte «mamma mia, mamma mia».

La versione di Silvio

In precedenza il presidente del Consiglio aveva attaccato a tutto campo, sulla liceità delle intercettazioni telefoniche in primo luogo: «Quando si parla al telefono sul far della notte si è più in una zona onirica che nella zona della realtà», ha detto. E ancora: «Ciò che si dice al telefono in un paese libero e democratico è inviolabile», e in un paese serio «le intercettazioni non vengono utilizzate, né tantomeno pubblicate sui giornali».
Anche perché, è convinzione di Berlusconi che le intercettazioni siano facilmente manipolabili: «Basta che uno tagli una frase», ha spiegato, «e sembra che il resto sia corretto».
«LE INTERCETTAZIONI? MANIPOLABILI AL PC». «Non hanno nessuna affidabilità», ha proseguito, perché «sono imitabili le voci e col computer si possono prendere le singole parole e comporle». A un giornalista che gli chiedeva se stesse dicendo che la Procura ha commesso irregolarità con le intercettazioni, Berlusconi ha risposto: «Non sto dicendo questo, non dico assolutamente che questo sia successo, sto affermando che in un paese civile le intercettazioni telefoniche non possono essere portate in processo come prova, perché sono assolutamente manipolabili».
SU RUBY: «ACCUSE RISIBILI E IRREALI». Berlusconi ha colto l'occasione per tornare anche sull'affaire-Ruby. Ha affermato di essere «paradossalmente accusato di prostituzione minorile, quando invece la ragazza ha raccontato davanti a me e a tutti una storia molto dolorosa che ci ha persino commosso».
SOLDI A KARIMA PER SOTTRARLA ALLE NECESSITÀ. Il premier ha chiarito di averla aiutata e di averle dato «una chance di entrare in un centro estetico con un'amica». Centro estetico che «lei avrebbe potuto realizzare, se portava un laser per la depilazione per un importo che a me sembrava di 45 mila euro, invece lei ha dichiarato di 60 mila euro».

E quindi il presidente del Consiglio ha dato «l'incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità». Il premier ha definito il processo sul caso Ruby un processo «infondato e senza senso», perché l'accusa di concussione è «addirittura risibile» e quella di prostituzione minorile «é irreale».
«RUBY NON HA MAI SUBITO AVANCE DA PARTE MIA». Se un contributo economico a Ruby da parte del premier vi è stato, è stato solo «per portarla nella direzione contraria e non costringerla alla prostituzione». Berlusconi ha poi detto che l'accusa di prostituzione minorile a suo carico nel processo Ruby «non esiste» e ha chiarito che «la stessa ragazza che avrebbe dovuto essere la vittima ha dichiarato sempre, ha giurato, ha sottoscritto il fatto, che non ha avuto nemmeno una avance da parte mia».

«Magistratura, arma di lotta politica»

Prima dell'inizio del processo Mediaset, Berlusconi ha spiegato che quelli a suo carico «sono processi mediatici» e «questa è la dimostrazione che nel nostro paese siamo giunti a una situazione limite per cui bisogna riformare la giustizia». Il premier ha inoltre spiegato che la riforma «non è affatto punitiva» ma serve a «portare la magistratura ad essere quello che deve essere, non quello che é oggi come arma di lotta politica». «C'é una magistratura che lavora contro il paese», ha detto. E ha inoltre ironizzato: «Siccome c'é da fare poco al governo sono qui a trovare un'occupazione».
CLIMA DA STADIO FRA FAN E OPPOSITORI. Data la sua presenza in aula l'11 aprile come il 28 marzo, Silvio Berlusconi ha vista revocata la posizione di contumacia da parte dei giudici, ma l'intero processo si è trasformato dapprima in un evento-spettacolo, con il Palazzo blindato e guardato dai cani anti-esplosivo e il tifo dei supporter berlusconiani; poi in terreno di scontro: di fronte all'entrate principale del palazzo di giustizia di Milano, in corso di Porta Vittoria, è stata lotta verbale tra i fan azzurri e i contestatori. I sostenitori del premier si sono ritrovati al gazebo che ormai da qualche settimana si trova davanti al palazzo mentre i contestatori di Berlusconi si sono trovati sul marciapiede di fronte, più vicino al Palagiustizia. Tra le due fazioni c'é stato lo scambio di qualche insulto.
lettera43.it 

Il commento a caldo:
"Soltanto chi non ha bisogno né di comandare né di ubbidire è davvero grande."  Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), poeta tedesco.

lunedì 11 aprile 2011

Elezioni Canton Ticino, vince la Lega dei Ticinesi: “Padani? Fora da i ball”

Giuliano Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi

“Si è sempre meridionali di qualcuno” recitava Luciano De Crescenzo nel suo “Così parlò Bellavista“. A qualche italiano del sud non piacciono gli immigrati africani, a qualche italiano del nord non piacciono gli italiani del sud e gli africani a qualche ticinese non piacciono gli italiani del nord, gli italiani del sud e gli africani in una scala assurda che però sintetizza la crescente intolleranza che si respira non solo nel nostro paese, con una conseguente crescita di consensi di quei partiti che spesso di questa intolleranza si fanno portatori e promotori.
In Svizzera, infatti, la Lega dei Ticinesi, la lega Nord del Ticino per intenderci, ha vinto le elezioni cantonali e rispettando quelle che erano le previsioni, ha guadagnato terreno aumentando, e di molto, la propria presenza nell’Esecutivo cantonale (Consiglio di Stato) e passando da un ministro a due (su un totale di cinque dicasteri). 


La vittoria della Lega è avvenuta a scapito del partito liberal-radicale, storico partito di centro, che mantiene un solo ministro dei due che aveva mentre democristiani e socialisti, pur perdendo voti, sono riusciti a conservare un ministro ciascuno.
La Lega dei ticinesi diventa così il maggior partito cantonale con il 29,78% (+7,57), il PLR scende al 24,95% (-3,07), il PS passa al 16,27% (-5,08), il PPD/GG  resta fermo al 19,86% (-1,95), Verdi in crescita al 6,12% (+3,97) confermando un’ascesa dei Verdi che si sta verificando un po’ in tutta Europa, come conseguenza dell’allarme nucleare in Giappone.
Il commento a caldo:

"Noi la democrazia siamo qui per difenderla, non per praticarla!"  dal film "Allarme Rosso"

MORGAN FREEMAN, SCIENCE SHOW: Di cosa siamo fatti?

Messaggio per la ENDEMOL GENERATION

SEZIONE CINEMA: World Invasion, trailer

Bahrein, la repressione ignorata

Mentre il “mondo libero” correva alla liberazione dei poveri libici dal tallone di Gheddafi con la benedizione della Lega Araba, in Bahrein si spegneva la luce per l'opposizione e per il movimento non-violento che aveva chiesto una monarchia costituzionale e il licenziamento dello zio del re, primo ministro da quarant'anni. In Bahrein c'è una monarchia assoluta e molto business-friendly, una società fino a ieri abbastanza aperta e cosmopolita, composta di circa mezzo milione di locali e altrettanti lavoratori stranieri.
Come altri emirati, il Bahrein funge da valvola di sfogo per i cittadini sauditi e gli espatriati nel regno dei Saud, che ne alimentano l'economia in cerca di svaghi severamente proibiti e repressi a pochi chilometri di distanza. A rafforzare il legame tra i due paesi c'è il fatto che la dinastia regnante, di origini saudite e imparentata con altre dinastie del Golfo, comanda su una popolazione prevalentemente sciita. E i sauditi considerano gli sciiti una minaccia a prescindere.
I manifestanti però non ne facevano una questione religiosa o settaria e hanno anche respinto con decisione la solidarietà imbarazzante dell'Iran o degli Hezbollah libanesi. Volevano solo maggiori libertà e una monarchia parlamentare. Hanno visto cosa è successo in Egitto e in Tunisia e d erano fermamente convinti di avere buone possibilità di ottenere una riforma del regno.
Ancor di più si sono convinti dopo che gli Stati Uniti hanno fermato la mano assassina degli al Khalifa, che aveva sgomberato l'ormai famosa Rotonda della Perla sparando di notte sui manifestanti inermi, accampati e addormentati. Promesse di riforme, i carri armati rientrati nelle caserme, la Rotonda della Perla occupata in permanenza in una riedizione non solo simbolica della piazza Tahrir al Cairo.
Poi gli Stati Uniti si sono venduti i manifestanti ai sauditi in cambio dell'appoggio della Lega Araba (che ha espresso però solo 9 voti a favore su 22 membri) all'attacco alla Libia. Dalla sera alla mattina il regno è stato invaso da truppe saudite e altre forze provenienti dagli emirati vicini. Come se un corpo di spedizione di duecentoquarantamila uomini entrasse in Italia.
Le monarchie del Golfo non possono permettere che l'autorità reale sia messa in discussione. A parte il Qatar, che ha avviato da tempo riforme abbastanza credibili e un vero trasferimento dei poteri o l'Oman, dove il sovrano sembra aver per ora ceduto alla piazza, la monarchia assoluta di stampo medioevale è il modello comune e non può essere messo in discussione, pena il rischio di un vero e proprio effetto-domino in tutta la penisola. I sauditi sono in prima fila nell'organizzare questa resistenza e non hanno esitato a ricorrere a misure draconiane per prevenire qualsiasi assembramento di scontenti.
Rincuorato dalla presenza delle armate inviate dai parenti e dal via libera di Washington, al Khalifa ha gettato la maschera e ha rivelato una natura spietata, con spiccati tratti isterici, più degna di un Kim nordcoreano che dell'affabile anfitrione che accoglieva nel lusso e nella cordialità il gran mondo della Formula Uno e della finanza. Decine di uccisi, centinaia di feriti, un migliaio d’incarcerati.
Una retata generale cominciata dai villaggi e poi proseguita nella capitale Manama. L'unico giornale d'opposizione chiuso d'imperio e risorto a distanza di due giorni con un editore diverso. Sulla Rotonda della Perla, al Khalifa si è accanito con la stizza di un bimbo indispettito. Ha dichiarato “profanato” il monumento che la decorava e l’ha fatto abbattere d'urgenza, con tale foga che uno dei suoi bracci in cemento armato è caduto su una macchina impegnata nella demolizione e ha ucciso un lavoratore pachistano, ennesima vittima della rivoluzione. Ma ad al Khalifa non è bastato; l'immagine del monumento appare anche sulla moneta da 500 Fils e allora ne ha disposto il ritiro.
Ora al posto dell'enorme monumento, fatto costruire dagli al Khalifa negli anni '80 per celebrare proprio il Consiglio di Cooperazione del Golfo, c'è una distesa di terra brulla e presto la sua immagine sparirà anche dalle tasche dei sudditi; una vera e propria condanna all'oblio, una rimozione della memoria tipica delle peggiori dittature.
Tale è la brutalità della reazione che il panorama si arricchito di posti di controllo, durante i quali gli sciiti passano brutti momenti e anche la tradizionale rilassatezza negli aeroporti è diventata un ricordo. Gli stranieri in arrivo sono sospettati di essere giornalisti in cerca di scandalo, fotografie e riprese nei punti caldi della rivolta sono assolutamente proibite e punite.
Anche i cittadini libanesi, che al regno hanno fornito esperienza e impulso imprenditoriale, sono finiti nella hit parade dei sospettati dopo la solidarietà di Hamas. Un livello di paranoia tipico dei regimi più sanguinari e una serie d'azioni che dovrebbero iscrivere di diritto al Khalifa tra i peggiori dittatori del pianeta. Ma poi qualcuno potrebbe chiedere di bombardare anche lui e questo non si può.
Oggi, mentre la repressione continua e si teme che la polizia metta le mani sulle comunicazioni in rete dei giorni della rivolta per colpirla ancora più a fondo, del Bahrein non parla nessuno. Tace al Jazeera, emanazione del sovrano del Qatar che si è unito ai volenterosi liberatori di libici e che ovviamente sarebbe molto disturbato da servizi che mostrassero le condizioni dei poveri manifestanti massacrati in Bahrein.
Ma soprattutto tacciono tutti, i media come i politici, in Occidente. Nessuno offre solidarietà alle vittime della repressione, nessuno intima al sovrano di rispettare le vite e i diritti dei suoi sudditi, le grandi democrazie le hanno vendute in cambio dell'intervento in Libia e ora appartengono ai sovrani del Golfo.
Il commento a caldo:
"Tutti i popoli sono per la pace, nessun governo lo è."  
Paul Léautaud (1872-1956), scrittore francese.

Introduzione alla Permacultura