"Qui non si canta al modo delle rane, qui non si canta al modo del poeta che finge, immaginando cose vane, ma qui risplende di luce ogni natura che a chi intende fa la mente lieta. Qui non si gira per la selva oscura".
sabato 30 aprile 2011
Gheddafi, con Italia e' guerra aperta
ANSA Tra noi e l'Italia ora ''e' guerra aperta'': l'Italia ''ha ucciso i nostri figli nel 1911, all'epoca della colonizzazione, e ora lo fa di nuovo nel 2011''.
E' uno dei passaggi del discorso di stamani del leader libico Muammar Gheddafi alla tv di Stato nel quale ha denunciato la decisione del governo Berlusconi di dare il via libera ai raid italiani sulla Libia.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/04/30/visualizza_new.html_895819872.html
LaCrudaRealta' e' che l'Italia, in politica estera, non poteva fare peggio, ancora una volta...
E' uno dei passaggi del discorso di stamani del leader libico Muammar Gheddafi alla tv di Stato nel quale ha denunciato la decisione del governo Berlusconi di dare il via libera ai raid italiani sulla Libia.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/04/30/visualizza_new.html_895819872.html
LaCrudaRealta' e' che l'Italia, in politica estera, non poteva fare peggio, ancora una volta...
sabato 23 aprile 2011
Quarto Conto Energia: è braccio di ferro tra le regioni
Siamo al braccio di ferro politico.
Purtroppo.
Ed a farne le spese, sono i lavoratori del fotovoltaico.
Da un lato, Piemonte, Lombardia, Lazio e Sicilia pronte a firmare la bozza del decreto del Quarto Conto Energia.
Ovviamente, aggiungo io.A tal punto da far slittare al 28 aprile l'approvazione da parte della Conferenza Unificata.
Diplomaticamente assente il Veneto.
Insomma, il muro contro muro che da anni soffoca la vita politica italiana, condiziona pesantemente anche il futuro del fotovoltaico italiano.da paroleverdi.blogosfere.it
di Mario Delfino
Il commento a caldo:
"La comunità politica migliore è formata da cittadini della classe media." Aristotele, (384-322 a.C.), filosofo greco.
Siria, promesse e repressione
E' giunta da pochi giorni la tanto attesa notizia dell'abolizione dello stato di emergenza in Siria in vigore senza interruzione da quasi 50 anni. L'eliminazione della legge d'emergenza appare a prima vista una vittoria significativa del movimento riformista siriano, che si è destato il 18 marzo scorso travolto, o forse sarebbe meglio dire ispirato, dal contestuale risveglio della società civile negli altri paesi arabi.
Lo stato di emergenza venne promulgato nel 1963, dopo che il partito Ba'ath salì al potere l'8 marzo dello stesso anno, ed è la legge che ha sottratto i cittadini siriani alla protezione costituzionale limitandone le libertà civili e individuali. Grazie a questa legge il regime siriano ha potuto estendere il suo rigido controllo sulla popolazione attraverso l'indiscriminato arresto dei cittadini sospettati di mettere a repentaglio la sicurezza dello stato.
A diffondere la notizia è stata l'agenzia stampa governativa Sana che annunciava la fine dello stato di emergenza, l'abolizione della Corte Suprema di Sicurezza dello Stato, organo responsabile dei processi ai prigionieri politici, e una nuova regolamentazione che prevede il diritto di protestare pacificamente, previa autorizzazione del Ministero degli Interni.
Lo stesso giorno però, sempre sull'agenzia Sana, appare il messaggio del Ministro degli Interni che fa appello ai cittadini siriani affinchè ''contribuiscano alla realizzazione della stabilità e sicurezza (del paese)'' e si ''astengano da qualsiasi manifestazione, marcia, o sit-in di qualsiasi tipo''. Una sorta di appello che suona più come una minaccia per chi avesse intenzione di continuare le proteste pubbliche.
Tra le altre proposte di legge discusse si parla anche di alcune riforme economiche per la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro in posti pubblici e per favorire l'impiego giovanile e contrastare in questo modo la crescente crisi economica. Il Presidente Bashar al-Asad assicura infine che nelle intenzioni del governo c'è in programma anche una nuova legge di riforma che regoli l’attività dei partiti politici e dei mezzi d’informazione.
Intanto questo primo importante decreto per l'abrogazione della legge di emergenza, dopo essere stato approvato dal Consiglio dei Ministri, per entrare pienamente in vigore deve aspettare l'approvazione del Parlamento che con tutta probabilità non si riunirà prima d’inizio maggio. Ma aldilà dei tempi tecnici, questo importante e simbolico atto di riforma politica rimane offuscato da meno ecclatanti ma ugualmente preoccupanti segnali contraddittori.
A cominciare dalle definizioni che le autorità governative stanno usando per descrivere le manifestazioni di protesta e di malcontento di un numero crescente di cittadini. Inizialmente indicati come ''atti di sabotaggio'', lunedì scorso il Ministro degli Interni non ha esitato ad attribuire i disordini che stanno agitando la Siria a ''un'insurrezione armata di gruppi armati appartenti a organizzazioni salafite (gruppi islamisti radicali ndr), specialmente nelle città di Homs e Baniyas''. Il linguaggio politico usato dal regime non lascia presagire una sostanziale inversione di rotta, ma al contrario legittima la repressione.Passando dalle parole ai fatti, ben più allarmante è stata la reazione delle forze di sicurezza durante le manifestazioni a Homs, città industriale a nord di Damasco, dove solo poche ore dopo la notizia dell'eliminazione dello stato di emergenza, le forze di polizia non hanno esitato a sparare sulla folla, provocando un numero ancora non accertato di morti. Non solo uccisioni ma anche nuove ondate di arresti. Lunedì sera, sempre dalla città di Homs, arriva la notizia della cattura del militante di opposizione, Mahmud Issa, prelevato dalla propria abitazione dalle forze di sicurezza siriane dopo un'intervista con l'emittente televisiva al-Jazeera.
Non è la prima volta che le autorità siriane incarcerano Mahmud Issa, conosciuto per il suo impegno a favore della democrazia. L'ultima volta nel 2006, quando scontò una pena di tre anni di reclusione, reo di aver firmato la Dichiarazione di Beirut-Damasco con la quale 300 attivisti e intellettuali chiedevano la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi dopo l'assassinio di Rafiq Hariri a Beirut del 2005.
Nemmeno dopo l'approvazione della fine della legge d'emergenza sono stati bloccati gli arresti arbitrari, che stanno proseguendo anche in questi giorni. Attivisti on line denunciano l'arresto e le percosse ai danni di decine di manifestanti, soprattutto giovani e studenti, durante le agitazioni degli ultimi giorni che si stanno verificando in diverse città della Siria. Le stime arrivano a calcolare almeno un centinaio di arresti.
Manifestazioni studentesche sono state organizzate ieri presso le Università di Aleppo, Damasco, al-Hasakah e Daraa, manifestazioni che sono continuate anche oggi. Secondo al-Jazeera solo ad Aleppo sono almeno 37 gli studenti arrestati. Altre città, piccole e grandi, in cui si sono registrate manifestazioni sono Homs a nord di Damasco, Baniyas, Lattakia e Saraqib a nord-est del paese, e al-Kiswah, a sud.
Sembra difficile a questo punto che la popolazione faccia marcia indietro, dimenticando i morti e gli arresti che il governo sordo alle richieste di maggiori libertà civili ha provocato. Dalle iniziali, timide invocazioni ''il popolo siriano non deve essere umiliato'', le rivendicazioni politiche per la libertà si sono fatte via via più precise, chiedendo la liberazione dei prigionieri, la fine delle leggi d'emergenza e l'attuazione di riforme democratiche, si è arrivati ora a richiedere a voce chiara e ferma la caduta del governo, rivendicazione impensabile solo fino a qualche settimana fa.
La maggior parte dei commentatori concorda nel dire che l'abrogazione dello stato d'emergenza, oltre ad arrivare con troppo ritardo nel tentativo di sedare le rivolte, non sarà sufficiente a migliorare le condizioni dei diritti civili in Siria se non sarà accompagnata da ulteriori radicali trasformazioni del regime. Nonostante, infatti, questa sia la principale forma di limitazione delle libertà civili, che proibisce incontri pubblici tra i cittadini e consente l'arresto di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello stato, se questo provvedimento non sarà accompagnato da un cambio di politica reale e dall'introduzione di ulteriori leggi che limitino il potere delle forze di sicurezza e dei servizi segreti, vera fonte di terrore per i cittadini, da solo non basterà a placare il dissenso della popolazione.
Le ''vere'' riforme auspicate dagli attivisti per i diritti umani e la democrazia prevedono, oltre all'abolizione dello stato di emergenza, la liberazione di tutti i prigionieri politici incarcerati proprio in virtù di questa legge speciale e la cancellazione delle attuali procedure giudiziarie che consentono l'applicazione della legge militare anche per processi civili. Nel frattempo, invece, il governo si prepara ad elaborare una nuova legge per la cosiddetta lotta contro il terrorismo, che potrebbe rivelarsi anche peggiore dello stato d'emergenza.
da altrenotizie.org http://www.altrenotizie.org/esteri/3980-siria-le-promesse-e-i-morti.html di Roberta Pasini
Il commento a caldo:
"Non temere tanto la morte; temi piuttosto lo squallore della vita." Bertolt Brecht (1898-1956), commediografo tedesco.
Il commento a caldo:
"Non temere tanto la morte; temi piuttosto lo squallore della vita." Bertolt Brecht (1898-1956), commediografo tedesco.
venerdì 22 aprile 2011
Senza peli sulla lingua
L'imbroglio nucleare
All’immediato arrogante disprezzo di certi ministri – Prestigiacomo e Brunetta in particolare, che nell’angoscia suscitata dal disastro atomico giapponese hanno tacciato di “sciacallaggio” e “macabra polemica” il riemerso allarme per la legge del 2009 che autorizza nuove centrali nucleari in Italia – si son degnamente appaiate le ridicolizzanti opinioni di certi filonuclearisti accaniti, in primis quel Chicco Testa già ecologista di Legambiente e ora presidente del Forum Nucleare Italiano, subito tesi a sviare lo sgomento della gente.
Hanno infatti sostenuto costoro – all’immediato indomani del terremoto-tsunami giapponese con le prime migliaia di vittime sui video di tutto il mondo – che proprio di quei morti bisognava preoccuparsi! Altro che di quelli, ancora futuribili, dello scoppio atomico di Fukushima! Essendo irresponsabilmente strumentale, a loro irridente avviso, la preoccupazione per una fuga radioattiva di ancora limitata evidenza, mentre le stragi del mare dirompente fra le case erano ancora sui televisori e mentre divampavano ovunque le fiamme dei depositi di carburanti tradizionali, con le relative nubi venefiche ad annerire il cielo.
Un imbroglio insomma, secondo costoro, l’eccitare la pubblica preoccupazione per il nucleare, quando i morti e le devastazioni sotto gli occhi erano dovuti a ben altri motivi.
E certo che erano altri, i motivi! Motivi soprattutto legati ad eventi naturali come i terremoti e gli tsunami, eventi inevitabili e solo parzialmente rimediabili dall’intervento umano, in previsioni antecedenti ed in soccorsi successivi.
Mentre le centrali nucleari che scoppiano e portano nel mondo lutti tremendi con le loro nubi radioattive non sono disastri naturali, né occorre per forza un disastro naturale per causarli. Li procura l’uomo, e sa di poterli procurare. Ne calcola al massimo i rischi, e al massimo appronta misure preventive di sperata protezione, oppure rimedi d’emergenza a disastro avvenuto.
E quei morti – e ricordiamo la strage di Chernobyl in particolare – non li fa l’ineluttabile natura quando si dimostra più forte d’ogni volontà umana. Li fa l’opera dell’uomo, per imprudenza criminale o per cinismo di convenienza economica o per necessità energetica o per un qualunque altro motivo che non dipende dalla natura naturale. Dipende invece dalla natura umana, di quegli uomini che si giocano gl’immensi interessi del nucleare – anche e soprattutto economici, capaci di comprare e corrompere e imbrogliare in ogni direzione – sulla pelle di chi il loro sventurato calcolo potrà far morire di radioattività. Nelle atroci sofferenze di tumori non sopravvenuti come “naturali” cancri dell’organismo umano, ma provocati dal cancro degli umani interessi.
Gli interessi peggiori, quelli che invocano le patrie per scatenare le guerre e che additano i morti dei disastri naturali per nascondere quelli dei disastri dell’umanità.
Gli interessi peggiori, quelli che invocano le patrie per scatenare le guerre e che additano i morti dei disastri naturali per nascondere quelli dei disastri dell’umanità.
La follia
Dai disastri atomici a quelli costituzionali. Nella “follia” – lucida però, se davvero venisse da un folle – che giorno dopo giorno sta scardinando i principi posti a fondamento della nostra repubblica democratica, le basi d’un regime parlamentare rappresentativo fondato sul reciproco bilanciamento e controllo dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.L’ultimo colpo – dopo aver ridotto il parlamento a una corte di sudditi osannanti, in ciò già realizzando la primazia dell’esecutivo sul legislativio – il “folle“ l’ha dato alla giustizia. O meglio, ai magistrati. Che per quanti difetti e colpe possa avere il mondo giudiziario in Italia, con la sua burocrazia asfissiante, le sue elefantiache lentezze e i suoi privilegi di casta – di tutto avrebbe avuto bisogno tranne che della sottomissione dell’attività inquirente ai voleri e poteri del governo.
Quando un pubblico ministero – che è magistrato inquirente – finisce in pratica, come lo si vuol far finire, sotto l’indirizzo d’un’accusa non più obbligatoria ma con priorità compilate da una legge appositamente fatta da un parlamento già in mano all’esecutivo, ecco che chi governa ha in mano anche i tribunali. Che per quanto possano restare indipendenti i magistrati giudicanti, da giudicare avranno soltanto ciò che possa mandare in galera i soliti che ci son sempre andati.
Ve lo ricordate il famoso piano di rinascita democratica del capo piduista Gelli? Ecco, non è più solo un piano. E non era solo follia.
da il vernacoliere http://www.vernacoliere.com/edicola/index.php Mario Cardinali |
Il commento a caldo:
"Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano." Samuel Beckett, (1906-1989), autore drammatico e romanziere irlandese.
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